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La storia di un bambino che imparò a giocare a scacchi due volte

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La storia di un bambino che imparò a giocare a scacchi due volte

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Questo non è un articolo su come giocare a scacchi. Non è nemmeno un articolo informativo, ma una storia: la storia di come il gioco degli scacchi ha contribuito a cambiare un bambino.

Perché leggerla? Perché vorrei che anche tu possa sperimentare le stesse sensazioni di quel bambino, che magari non era interessato al calcio o ai classici sport che si è soliti fare.

Come tutto ebbe inizio

Estate 2004. Nella sua casa, un bambino che fino a quel momento non aveva coltivato nessuno sport, stava guardando una trasmissione poco interessante attraverso un vecchio e piccolo televisore a tubo catodico. Cosa stesse guardando non ha molta importanza, apparentemente, sennonché lo avrebbe spinto a cambiare canale. Un solo click lo fece sintonizzare su un canale che spiegava il gioco degli scacchi.

Bastarono pochi secondi per fare balzare dalla poltrona quel bambino e farlo correre alla libreria nel sotto scala a prendere una raccolta di fogli riportanti le regole degli scacchi. Passò il resto della giornata a sfogliare quei fogli e cercare di memorizzare le mosse.

Forse trovò anche una scacchiera con la quale fece qualche partita nelle successive giornate, con i suoi fratelli e la propria mamma.

Chi e cosa avesse visto quel pomeriggio, di preciso, se lo chiese per molti anni, senza mai arrivare ad una conclusione certa. Circa 10 anni più tardi prestò quella raccolta che gli insegnò le basi ad un uomo del paese, perdendone le tracce.

Ma quindi, cosa rimase?

Dirai tu.

Rimase un seme, un’idea ben piantata nella mente di quel bambino dagli occhi scuri fino al settembre dello stesso anno, quando, a distanza di qualche mese dal primo colpo di fulmine, ricevette un volantino, all’uscita dalle scuole elementari.

Il titolo del volantino era: “Corso di scacchi“, organizzato dal Circolo Scacchistico Morbegnese “Scacco Matto”.

Non lo sapeva ancora e se ne stupirà tanto in futuro, ma quel volantino – dopo averlo attaccato in un piccolo quaderno il giorno stesso che lo ricevette – lo conserverà per tutta la vita.

Il mitico volantino che qualcuno mi consegnò alla uscita delle scuole elementari, nell’ormai lontano 2004. Sul fondo viene specificato che “i corsi si terranno mensilmente di 1 ora due volte la settimana, su richiesta anche monosettimanali e partiranno all’inizio di ottobre”. Quel bambino non sapeva ancora che le due ore alla settimana al circolo si sarebbe trasformate in molte più ore di insegnamento privato, direttamente a casa del maestro.

Il primo giorno al circolo di scacchi

29 novembre 2004. Questa la data in cui il piccolo bambino giocherà la sua prima partita con l’istruttore del circolo, Valerio Raineri, forte giocatore nonché grande appassionato del gioco degli scacchi.

…e se quel bambino si ricorda ancora quella data lo deve tutto a lui, che gli insegnò – tra le varie cose – anche a trascrivere le partite. E quella prima partita fu attaccata anch’essa nel quadernetto.

Da quel giorno in poi, gli intervalli alla scuole elementare e dei pomeriggi a casa li passò a giocare a scacchi, con compagni e famiglia, trascrivendo la maggior parte delle partite.

Forse troverai difficile credere che questa partita fu giocata più di 15 anni fa, ma ti posso assicurare che è proprio così. Mi stupisco anche di essere stato capace di arroccare. Sul retro è anche presente un’annotazione, ovviamente del maestro Raineri che recita:
“1) 4 Af4 impedisce e5 e giustifica 3 h3,
2) 5 Af4 (e3 chiude l’alfiere)
3) 11 Axc3 (impedendo l’impedonamento)
4) 12 a4 o 12 e4 (impedisce la perdita del pezzo)”.

…e i successivi mille

Al Circolo Scacchistico Morbegnese quel bambino farà tanti amici nel corso degli anni, tra cui: Michele Raschetti, Paolo Scanferla, Amedeo Raineri, Annalisa Saligari. Giocherà con loro, non solo a scacchi, ma anche a carte, a calcio, a palle di neve e a rincorrersi nell’antistante grande prato del circolo (facendo arrabbiare puntualmente sua mamma!).

Dopo alcuni anni passerà anche agli incontri serali, incontrando personalità di grande spessore tra cui Danilo Paniga, Donatello Deghi, Anna Barilani, Cristian Battilani, Scottoni Gabiele, Rabbiosi Carlo e tanti altri.

I primi tornei di scacchi

Passarono meno di due anni quando quel bambino, accompagnato da sua mamma e da altri membri del circolo, fece il suo primo torneo agonistico, a Montecatini Terme nel 2005.

Si classificò al quinto posto della categoria, mancando il titolo di terza nazionale di una manciata di punti. “Sarà per la prossima volta”, commenterà il maestro.

…e i successivi 100

Forse non fece esattamente 100 tornei, ma non dovrebbe essere un numero troppo lontano. Nei successivi 10 anni, dopo molte ore di lezioni private e libri letti fino a notte inoltrata, quel bambino conquistò i titoli prima di terza nazionale, poi di seconda e prima. Raggiunse il titolo di candidato maestro, prese anche una norma di maestro, poi smise quasi all’improvviso.

Cosa accadde? Liceo e Università. Forse un po’ di noia. Il cambio di maestro.

Ma che storia deludente!

Forse un po’ hai ragione. Non è mica finita qui. Iniziamo con qualche riflessione.

Come gli scacchi incidono nella vita di un bambino

Gli scacchi sono violenza

Quello che nessuno dice è che gli scacchi sono una disciplina violenta. Non tocchi il tuo avversario, ma di fatto nelle lunghe ore in cui rimani concentrato a fissare una scacchiera, senza poter toccare nulla se non il pezzo che moverai.

I genitori, soprattutto quando si è in un contesto così, si immedesimano nei figli. Una partita persa, un torneo che inizia con il piede sbagliato, possono essere motivo di non poche discussioni e litigi.

Soddisfazioni, ma anche amarezze. Ho visto persone scattare in piedi e chiamare a gran voce l’arbitro perché il proprio avversario aveva spezzato un pezzetto di cioccolato mentre era seduto alla scacchiera (infatti ci si può alzare nel turno avversario).

Non esiste una squadra

Si è portati a pensare individualmente, fatta eccezione per chi bara e si fa suggerire le mosse, ovviamente. Non c’è collaborazione tra giocatori, motivo per cui – forse – il bambino si annoiò anche di giocare a scacchi.

Il gioco di squadra è molto piacevole, ma negli scacchi il massimo che si può ottenere è poter coordinare bene i propri pezzi per poter vincere una partita e favorire quindi la propria squadra.

Sviluppa le abilità visuo-spaziali

Quel bambino, crescendo, amò la matematica e la geometria. Il gioco degli scacchi lo costringevano a “muovere i pezzi nella sua testa” per cercare di prevedere le possibili decine di risposte alla sua mossa.

Il dover valutare la posizione, coordinare le linee di attacco, ma anche quelle difensive, furono un ottimo esercizio per la sua memoria. Poi si iscrisse a medicina e pochi anni prima abbandonò la frequentazione al circolo. E li fu un declino.

Oggi

Oggi quel bambino è un uomo, sta per laurearsi in medicina, coltiva nuove passioni e sogna di sposarsi presto.

Sono passati anni da quando ha fatto l’ultima partita ufficiale, ma non dimentica e mai lo farà quelle figure che sono state come secondi genitori e fratelli. Che hanno contribuito a formarlo e a divertirlo.

Nel tempo ha ripreso il gioco online e l’interesse per questa attività, riscoprendosi più affascinato per questa attività classica e lenta che per quelle rapide e mainstream dei giorni d’oggi. Sogna di giocare nuovamente in tornei internazionali.

Io non so se tu mai vorrai giocare a scacchi, ma questa storia ha insegnato all’uomo che il bambino che è in noi non va soffocato, ma mantenuto vivo.

Se anche tu sei stato un po’ come quel bambino, che aveva scoperto un gioco inestimabile, ora quasi dimenticato, ti faccio un invito a riflettere: cosa ti aveva conquistato al tempo e per quale motivo hai smesso?

Ranierihttps://www.ranierisdesk.com/
Mi chiamo Ranieri Domenico Cornaggia, studio medicina e mi piace la tecnologia, il fitness e gli scacchi. Amo gli animali e le sfide!

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